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C.I.P.O.G. - Centro Italiano di Psicoterapia ad Orientamento Gestaltico - Cipog è un'associazione di psicologi e psicoterpaeuti, con sedi a Roma e Firenze, che si occupa del sostegno e dello sviluppo individuale e sociale. Psicologia e psicologi in rete. Articoli, informazioni, news, tests psicologici, chat su argomenti di psicologia, psicoterapia, sessuologia. Consulenza psicologica gratuita in diretta effettuata da psicologi e psicoterapeuti professionisti. In queste pagine potete avere informazioni sul nostro lavoro, su come contattarci se avete bisogno di aiuto e anche trovare un valido punto di riferimento se siete interessati a conoscere meglio gli strumenti della psicologia per favorire la crescita e lo sviluppo di una corretta cultura psicologica
C.I.P.O.G. - Centro Italiano di Psicologia ad Orientamento Gestaltico
Di Giada Bruni – Psicologa, Psicoterapeuta della Gestalt – www.cipog.com Sono convinta che le relazioni che ognuno di noi riesce a stabilire con l’altro da sé, siano motivo delle più grandi gioie o delle maggiori sofferenze, e questo è particolarmente vero nelle relazioni di coppia, dove gli investimenti affettivi più profondi, possono generare grandi aspettative e drammatiche delusioni. Da qui il mio interesse personale, professionale e umano di specializzarmi nella Psicoterapia di coppia, e il tentativo di questo scritto di essere un altro piccolo pezzetto di bussola per tutti coloro che ancora cercano, e non vogliono perdersi nel labirinto del diventare e dell’essere una coppia, rimanendo anche se stessi. Uno speciale ringraziamento va ai miei clienti che in coppia, coraggiosamente, scoprono la parte più intima, fragile e preziosa di se stessi, trasformando il mio lavoro e la mia esperienza giorno per giorno, allontanandolo sempre di più dalla teoria; ma un grazie va anche ai miei amici, maestri, ai miei genitori e al mio compagno e ai tanti modi con cui ho visto che è possibile vivere o morire in una coppia e imparare da questo. Questo articolo si ispira ai workshop internazionali tenuti da Robert e Rita Resnick sulla Terapia di Coppia. La principale tematica presente in una relazione di coppia riguarda i principi di connessione e di separazione basati sul confronto delle differenze, che inevitabilmente ogni partner racchiude in sé, e del modo con il quale queste vengono gestite nella relazione, generando conflitto o andando a nutrire il legame affettivo. Spesso infatti è proprio sulla differenza che la relazione viene messa in discussione, ma è altrettanto paradossalmente vero che solo attraverso il riconoscimento di questa, diventa possibile il contatto pieno e autentico con l’altro. Proprio le differenze di ognuno di noi infatti, il nostro personale modo di percepire il mondo e costruire significati, vanno a costituire la nostra identità, il nostro essere individui unici e separati, che solo in virtù di tali diverse caratteristiche e attraverso la consapevolezza di queste, possiamo entrare realmente in relazione con l’altro, creare la connessione. In molti casi però la diversa modalità di percepire il mondo, la fenomenologia di ogni partner, viene vissuta come criticismo o tradimento all’interno di una relazione di coppia, e la comunicazione diventa: “Se non percepisci le cose nello stesso modo in cui io le percepisco mi tradisci, dovresti vedere il mondo come io lo vedo!”. Secondo la Psicoterapia della Gestalt, non può esistere relazione senza consapevolezza delle differenze. Per avere una relazione infatti devono esistere almeno due persone distinte da un confine, il quale ha due funzioni, quella di separare e quella di connettere (da qui il concetto di confine di contatto), ma alcuni sembrano perdere la funzione di connessione presente nel confine, finendo per vivere la differenza come sensazione di dolorosa separazione, che nella coppia diventa senso di isolamento. La differenza è dunque il ponte levatoio attraverso cui entrare in relazione, è l’eccitazione che si genera sul confine di contatto nell’incontrare l’altro percepito come diverso: senza questa differenza infatti non vi è confine né contatto, non essendo possibile una relazione basata sulla consapevolezza delle differenze, che implica necessariamente la ricerca del modo con cui posso incontrare l’altro. Ma cosa rende realmente difficile costruire una relazione di coppia basata sul riconoscimento reciproco delle differenze? Il conflitto, il conflitto derivante non dalle imprescindibili differenze, ma creato dal tentativo di eliminarle. Quando provo a farti diventare come me, e tu resisti, la differenza si trasforma in conflitto. Bob e Rita fanno questi esempi: Uno dice: “ A me piace questa foto” e l’altro risponde.: “ Come può piacerti, non vedi che è sfocata?” e “bla bla bla…”. E ancora, immaginiamo di passeggiare sul lungomare una sera d’estate insieme al nostro compagno/a, con solo due euro in tasca ed entrambi con la voglia di mangiare un gelato, uno alla crema e l’altro al limone, allora gelato alla crema o al limone? Molti vivono la differenza come minaccia, se non prevale il mio punto di vista prevarrà sempre l’altro e quale delle due visioni potrà sopravvivere? mors tua vita mea… La via d’uscita in questo caso, data l’incompatibilità dei due gusti e la quantità di denaro, diventa la negoziazione: prendi tu il gusto che ti piace, non è un dramma, oppure possiamo confrontarci sul fatto che in questo momento tu, o magari io, ho più bisogno di mangiarmi un gelato, siamo due, individui separati, diversi, seppur in relazione! Ma quando la differenza si trasforma in conflitto non c’è più spazio per la negoziazione e si dà inizio ad una battaglia per il riconoscimento dell’unicità di un’ unica posizione fino ad arrivare all’esplosione, che inevitabilmente conduce al ritiro in se stessi, alla separazione che trascende nell’isolamento. La capacità di confronto in una coppia che riconosca legittimità alle differenze e possa accoglierle reciprocamente, diventa dunque l’unico modo possibile di mantenere la relazione, perché ci sarà sempre un momento in cui salteranno fuori delle divergenze. Purtroppo però in molti casi la percezione della differenza ci fa temere per la sopravvivenza, (quando perdiamo la confluenza), e questo poggia spesso sulla storia personale di ognuno di noi, nella quale è possibile che abbiamo vissuto un qualche tipo di minaccia legata a questa esperienza. Il pericolo della differenza vissuta come rischio per la sopravvivenza, quando non vi è lo spazio per un confronto sulle differenze, viene quindi gestito volendo annullare le diversità, ma anche negando un possibile accordo e quindi sempre attraverso il conflitto, il quale non è di nuovo altro che un tentativo di difendersi da una reale vicinanza tra due individui costituzionalmente separati. A tale proposito ci sono persone che in coppia, per proteggersi, devono mostrare il proprio disaccordo anche quando in realtà sono d’accordo, e il dialogo si svolge più o meno così: “Fa freddo, hai freddo?” “Non proprio freddo, direi freschino” “Hai fresco?” “Non direi, forse sto scomodo” “Stai scomodo?” “No, non proprio scomodo” …e così via, fino al litigio. Per questi motivi in una relazione di coppia, è sempre importante che le persone imparino a confrontarsi con le differenze, anziché fare in modo che le differenze si incontrino, per imparare a non combattere per il predominio di una sull’altra, generando un conflitto di coppia; un po’ come quando due paesi lottano tra loro per eliminare le reciproche differenze entrando in guerra: sia tra i paesi che le persone, vi è sempre il fantasma della sopravvivenza e le nazioni talvolta cercano un pretesto per combattersi, mentre le coppie non riescono a ricordare perché ieri sera hanno litigato furiosamente. Le nazioni infatti, come le persone, hanno lingue, storia, cultura, tradizioni ed esperienze differenti. La differenza sostanziale tra individuo e individuo, è riconducibile essenzialmente ai bisogni fondamentali di ognuno di noi, che vanno a costituire l’essenza della nostra personalità e stabiliscono ciò che può realmente rendere soddisfacente la mia vita di relazione o meno. Ad esempio, se una donna ha avuto un padre silenzioso o poco presente ed ha sofferto di questo, potrà desiderare che il partner abbia un atteggiamento responsivo, per colmare un suo bisogno essenziale (core need). Se questa donna rinuncerà a questo bisogno centrale e significativo, sarà pressoché impossibile che possa realizzare una relazione in cui sentirsi appagata. Per questo rinunciare ai propri bisogni fondamentali, che costituiscono la differenza sostanziale di ognuno di noi, basata in parte sulla nostra storia, non è mai un dono fatto all’altro, ma la premessa per far naufragare una relazione di coppia. Il vero problema dei bisogni fondamentali però, è quello di poter differenziare ciò che mi hanno inculcato come bisogno (gli introietti, ovvero tutto ciò che credo sia una mia profonda necessità, ma in verità mi è stato insegnato e lo ho assorbito inconsapevolmente dal mio ambiente), da ciò che ho acquisito attraverso la mia personale esperienza e quindi appartiene profondamente a me come essere unico, diverso e non catalogabile in alcuna categoria precostituita. Il primo passo è quindi quello di riconoscere quali sono i miei bisogni essenziali, distinguendoli da quelli introiettati, per consapevolizzare ciò di cui ho realmente bisogno perchè diventi possibile fare ciò che realmente voglio, essere finalmente me stesso, fuori dagli schemi restrittivi che non mi appartengono (Bob dice: “fai ciò che realmente vuoi, persino se lo vuole anche tua madre!”). A tale proposito Rita fa un esempio rispetto a come può essere vissuto il tradimento in una coppia: uno degli interrogativi che emerge riguarda la rottura della monogamia e se tale accadimento può segnare o meno la fine di una relazione. In realtà, nonostante la nostra cultura sostenga il contrario, un tradimento può anche non distruggere un rapporto di coppia o può addirittura migliorarlo. La questione non è il tradimento in sé, ma dipende da quanto è importante per il partner che ha subito il tradimento essere l’ unico per l’altro in quella relazione, se questo rappresenta un suo reale bisogno o se è ciò che gli è stato insegnato essere giusto in assoluto. In certi casi la monogamia garantisce il legame, altre volte c’è bisogno di avere quattro figli prima di sentirsi al sicuro in una relazione, ma cosa desidero veramente e cosa mi hanno insegnato ad aver bisogno? Quali bisogni ho realmente sperimentato, riconoscendoli come appartenenti alla mia profonda identità, e quali invece riconosco solo perché trasmessi da qualcun altro? Questi ultimi potrebbero essere più o meno importanti per me. Soltanto mostrandosi per come si è realmente, avremo la possibilità di scoprire se l’altro è autenticamente compatibile con noi, nessuna relazione di coppia basata sulla fiducia può infatti sopravvivere rinnegando la propria identità, la propria diversità, i propri bisogni. La vera sfida dello stare in coppia diventa quindi, per ognuno di noi, quella di consapevolizzare ciò di cui abbiamo profondamente bisogno, per poter esprimere chi siamo realmente, attraverso il confronto, la negoziazione, la paura della perdita, ma finalmente capaci, in quanto individui unici, separati e diversi, di essere autenticamente noi stessi e quindi connettersi davvero con l’altro: incontrarsi sulle differenze anziché fare in modo che le differenze si incontrino. RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI AA.VV., “GATLA Reader”, materiale a circolazione interna del Gestalt Associates Training di Los Angeles, Santa Monica , 2006. Bruni G., “Il confine di contatto”, Pubblicazione sul sito C.I.P.O.G, Roma, 2006. Ginger, S., “La Gestalt Terapia del Con-Tatto emotivo”, Ed. Mediterranee, Roma, 1990. Perls, F., “L’approccio della Gestalt”, Astrolabio, Roma, 1977. Perls, F., Hefferline, R. F., Goodman, P., “Teoria e pratica della Terapia della Gestalt”, Astrolabio, Roma, 1971. Yontef, G., Ph. D., “Gestalt Therapy: an introduction”, The Gestalt Journal Press, New York, 1993.
PREMESSA
Con la formulazione del concetto di “confine di contatto” infatti, comparso per la prima volta nel 1951 in “Teoria e pratica della Terapia della Gestalt”, di F.Perls, R.F.Hefferline e P.Goodman (testo che segna l’ esordio ufficiale di questa terapia), la Psicoterapia della Gestalt, si separa definitivamente dalla psicoanalisi e dalle altre psicoterapie presenti a quel tempo, affermando che: “la psicologia studia il modo di operare del confine di contatto nel campo individuo-ambiente”. Tale affermazione, mette in luce l’ approccio assolutamente innovativo della psicoterapia gestaltica, che rappresenta l’ individuo, non solo come un’ entità unificata, cioè un corpo ed una mente insieme, ma soprattutto 2 inseparabile da un contesto ambientale, col quale entra in contatto per sopravvivere. L’ oggetto di studio della disciplina gestaltica, diventa dunque da quel momento, il campo di relazione individuo-ambiente e il suo metodo la semplice attenzione fenomenologica, anziché l’ interpretazione delle modalità con le quali il soggetto fa esperienza in ogni istante, del mondo esterno, da cui risulta separato e unito da un confine: il confine di contatto. Questo lavoro si divide in tre parti, in cui ho approfondito il concetto di confine di contatto, riferendolo a tre argomenti che potessero renderlo il più esaustivo possibile, sia dal punto di vista teorico, che esemplificativo: il rapporto individuo-ambiente, i vari confini del confine di contatto e i disturbi del confine di contatto. 3 IL RAPPORTO INDIVIDUO-AMBIENTE La Psicoterapia della Gestalt si fonda su un concetto olistico, cioè il concetto di campo unificato di Lewin, per cui l’ individuo e l’ ambiente sono due sottosistemi che vanno a costituire un campo totale, e stanno tra loro in un rapporto di reciprocità, che li vuole in continua interazione. L’ individuo non è prescindibile dal proprio ambiente, essenzialmente perché, per sopravvivere, deve entrare in contatto con esso, e scoprire i necessari supplementi in grado di soddisfare i suoi bisogni, sia fisiologici che psicologici; ciò significa ad esempio, che se ho sete o voglia di parlare con qualcuno, devo trovare il modo di interagire con l’ ambiente, per appagare questa mia esigenza. In questo senso, la teoria gestaltica assume che ogni persona non è autosufficiente, e tutte le sue manifestazioni comportamentali, normali o patologiche, assumono significato, solo se riferite ad un contesto ambientale, popolato di stimoli e da altri individui. Tutta l’ attività umana del contattare l’ ambiente, avviene sulla linea di demarcazione tra l’ individuo e l’ ambiente stesso, a cui la Psicoterapia della Gestalt ha dato il nome di confine di contatto, perché oltre a separare il soggetto dal proprio contesto ambientale, lo mette anche in contatto con questo, divenendo così l’ organo specifico di tale interazione; come affermano Perls, Hefferline e Goodman in “Teoria e pratica della Terapia della Gestalt”: “Quando diciamo ‘confine’, pensiamo ad un ‘confine tra’, tuttavia il confine del contatto, il punto in cui si verifica l’ esperienza, non separa l’ individuo dal suo ambiente; esso assolve piuttosto alla funzione di limitare l’ organismo, di contenerlo e di proteggerlo, e allo stesso tempo si pone in contatto con l’ ambiente. In altri termini, per esprimere questo concetto in modo che può apparire strano, potremmo dire che il confine del contatto, più che essere parte dell’ organismo, è invece in sostanza, l’ organo di un particolare rapporto tra l’ organismo e il suo ambiente.” L’ oggetto di interesse della psicoterapia gestaltica, diventa dunque l’ osservazione di ciò che avviene sul confine del contatto del campo, perché è qui che il soggetto mette in atto il suo comportamento, che è comunque la risultante del suo rapporto con l’ ambiente, in relazione all’ esplicitazione di un bisogno di entrambi i sottosistemi. Il contatto e il ritiro dall’ ambiente, costituiscono, come dice Perls “i mezzi per trattare il nostro bisogno al confine del contatto del campo”, sono gli strumenti attraverso i quali cerchiamo di soddisfare un nostro bisogno, o evitiamo un ostacolo al suo soddisfacimento, cercando di mantenere l’ 4 equilibrio dell’ intero campo; come ad esempio, entrare in un ristorante per mangiare, evitando di salutare un vecchio amico antipatico, che potrebbe condire il nostro pranzo di chiacchiere alquanto noiose. Inoltre, è proprio attraverso l’ esperienza dialettica del contatto e del ritiro, che l’ individuo impara a manipolare se stesso e/o l’ ambiente per raggiungere i propri scopi, conciliando le proprie esigenze, con quelle dell’ ambiente in cui vive. In questo senso, il confine di contatto, dove questa operazione avviene, diventa lo strumento di relazione, attraverso il quale, impariamo a conformarci all’ ambiente, senza dover rinunciare alla realizzazione dei nostri desideri. Il confine di contatto, è dunque l’ organo deputato alla costruzione di tutta la personalità, che si sviluppa in un ambiente specifico, ma è anche il risultato della nostra capacità creativa di adattamento. 5 I CONFINI DEL CONFINE DI CONTATTO Il confine di contatto, oltre che ad essere la linea di demarcazione e il punto di incontro tra l’ individuo e l’ ambiente, rappresenta il limite di separazione e unione, tra la persona e tutto ciò che non fa parte di essa, ovvero: l’ esterno, un altro individuo e tutti quegli stimoli nuovi mai sperimentati. E’ un confine fluttuante, di natura pressoché arbitraria, perché rappresentato tra ciò che per l’ individuo caratterizza se stesso, e il fuori da sé, il diverso, l’ ignoto e l’ inesplorato. I confini tra l’ essere umano e tutto quello che non gli appartiene, possono essere riassunti nei confini del suo Io, e descritti essenzialmente, dalla volontà discriminativa del soggetto, il quale è disposto ad entrare in contatto o ritirarsi dall’ altro da sé, sulla base della rappresentazione personale di se stesso. In definitiva, il confine dell’ Io, rappresenta il limite invalicabile oltre il quale, percependo l’ invasione dei propri confini, sentiamo minacciata la nostra identità. Il confine dell’ Io, si distingue nei: confini del corpo, dei valori, della familiarità e di espressione. I confini del corpo, possono essere descritti come quelle parti fisiche, dotate di sensi e di funzioni, di cui siamo consapevoli; rappresentano un confine di contatto, dal momento che, solo se sono in grado di percepire consapevolmente il mio corpo, potrò usarlo nell’ ambiente, cioè ad esempio: solo se avverto l’ esistenza delle mie mani, e delle sensazioni che provo attraverso di esse, le userò per accarezzare qualcuno. Il confine dei valori, riguarda tutto il nostro bagaglio morale e di credenze che ci guida nelle scelte etiche o di relazione, nei campi di interesse e di valutazione; quindi, ad esempio, se sono fermamente convinto che fare una confidenza intima ad una persona, possa mettermi in uno stato di pericolosa fragilità, difficilmente mi arrischierò a sperimentare un contatto di questo tipo con un mio simile. I confini della familiarità invece, si riferiscono a tutto ciò che mi è consueto, perché appartenente al mio mondo di sempre o già sperimentato; sono il limite oltre il quale scopro l’ ignoto, il diverso e l’ inesplorato, ma anche la mia capacità di adattamento; è il caso di chi, trovandosi in un paese lontano, deve rinunciare a mangiare i cibi di sempre, sperimentando il contatto con nuovi sapori. 6 I confini di espressione infine, sono rappresentati da tutta quella gamma di espressioni e comportamenti, che siamo in grado di manifestare nella relazione con noi stessi o con gli altri; quindi, se ho imparato che ridere di gusto, fosse proprio delle persone maleducate, non riuscirò a farmi una fragorosa risata, neanche in una situazione molto divertente. Tra i bisogni principali, che l’ individuo assolve al confine del contatto del campo, troviamo dunque la rappresentazione di se stesso. E’ possibile perciò descrivere il confine di contatto, anche come l’ organo della consapevolezza e della definizione dell’ identità, dato che permette di delineare i propri limiti, in contrapposizione a tutto ciò che non ci appartiene. Infatti, è proprio ai confini del confine di contatto, in questo limbo psicologico che oscilla tra il senso di appartenenza a se stessi e al mondo, che l’ uomo ha l’ opportunità di determinare l’ ampiezza dei propri confini, che stabiliscono la sua disponibilità ad entrare in contatto con l’ esterno. Attraverso la disponibilità all’ incontro con le novità che l’ ambiente ci offre inoltre, abbiamo l’ opportunità di ristrutturare il nostro Io, allargare la nostra visione del mondo, e raggiungere un rinnovato senso di noi stessi, che ci permetta un migliore adattamento, e quindi un maggiore equilibrio dell’ intero campo di relazione con l’ ambiente. 7 I DISTURBI DEL CONFINE DI CONTATTO I disturbi del confine di contatto, sono interferenze nell’ equilibrio del campo, dove l’ individuo e l’ ambiente si incontrano; derivano dall’ incapacità a distinguere tra sé e il resto del mondo, e, di conseguenza, comportano una difficoltà ad entrare in contatto con l’ ambiente, o ritirarsi da esso, per appagare i propri bisogni, di natura sia fisiologica che psicologica. I disturbi di confine, sono rappresentati da un’ alterazione del normale rapporto individuo-ambiente, di cui sia l’ uno che l’ altro risultano essere responsabili; ma possono essere anche descritti, come il tentativo creativo di una persona, che cerca di assolvere propri bisogni e definire i suoi confini, in un ambiente poco favorevole. Perls infatti, affermava che i disturbi di confine, appartenessero ad una personalità di tipo nevrotico, che non riesce a colmare le proprie necessità, fondamentalmente perché, il suo bisogno, entra in conflitto con le esigenze dell’ ambiente che lo circonda. Ma senza entrare in questo tipo di classificazione, posso descrivere i disturbi del confine di contatto, come una particolare forma di relazione resistente, che una persona mette in atto, per evitare un contatto pieno con l’ ambiente o un altro individuo. I disturbi di confine, o modalità di resistenza al contatto, originariamente teorizzati dalla Psicoterapia della Gestalt, sono quattro: introiezione, proiezione, retroflessione e confluenza, a cui si aggiunge la deflessione, descritta dai Polster. Nell’ introiezione, il confine tra il soggetto e l’ ambiente, risulta spostato all’ interno dell’ individuo che, cercando di ristabilire al suo interno l’ equilibrio dell’ intero campo, non riesce a manipolare l’ ambiente, per rintracciare ciò di cui ha davvero bisogno. L’ introiezione infatti, è l’ assunzione passiva di ciò che l’ ambiente propone, senza saper scegliere; viene rappresentata con l’ esempio del lattante che, ancora privo di denti, succhia pacificamente il latte dalla madre. Nella proiezione, il confine di contatto, rimane troppo lontano dall’ individuo, che cerca di dare stabilità al campo, attribuendo il conflitto all’ esterno. La proiezione infatti, è l’ attribuzione all’ ambiente di aspetti di sé irriconoscibili; può essere spiegata, con l’ esempio di una persona che si lamenta per l’ indifferenza del mondo, senza riuscire a recuperare quella stessa indifferenza in se stesso. 8 Nella retroflessione, l’ individuo traccia la linea di confine tra sé e l’ ambiente, esattamente al centro di se stesso, con il risultato del soddisfacimento delle proprie esigenze, senza avvertire il bisogno di entrare in contatto con l’ esterno. Di conseguenza, la retroflessione comporta una riduzione esagerata dell’ interazione con l’ ambiente, che può essere esemplificata dall’ azione del masturbarsi, piuttosto che fare l’ amore con qualcun altro. Nella confluenza, non si avverte nessun confine di separazione tra sé e l’ altro e perciò si tende a confondere i bisogni personali con quelli dell’ altro; è il caso tipico della fase di innamoramento, in cui non esiste alcuna separazione tra l’ io e il tu. La deflessione infine, che, come dicono i Pol ster, appartiene a quell’ individuo che “mette in atto col proprio ambiente una relazione a casaccio, o colpisce o manca”, costituisce indubbiamente un disturbo di confine ( pur non avendo uno spostamento di confine preciso), dal momento che, il soggetto non riesce ad entrare in contatto pieno con l’ ambiente, per soddisfare un suo bisogno. Può essere rappresentata con l’ esempio del fare una domanda senza dare le giuste coordinate per ricevere una risposta. 9 CONCLUSIONI Il concetto di “confine di contatto”, sintetizza la struttura teorica e pratica della Psicoterapia della Gestalt; da questo concetto infatti, è possibile desumere sia il suo oggetto di studio che il suo metodo. Essa studia il comportamento umano in relazione al suo ambiente, e perciò si occupa di osservare, senza aver bisogno di interpretare, ciò che avviene, quando queste due entità, definite da confini, si incontrano. Da qui, si riesce facilmente a comprenderne: la visione olistica, l’ osservazione nel qui e ora e l’ assetto esperienziale. La visione olistica, si fonda sulla scelta teorica di interpretare l’ individuo intero e il campo di cui fa parte, come un’ unica configurazione ( una gestalt appunto), nel quale il soggetto cerca di soddisfare i suoi bisogni, entrando in contatto con l’ esterno da sé; il qui e ora, si fonda sull’ osservazione degli eventi di confine, proprio nell’ esatto momento e luogo dove avviene l’ incontro; l’ assetto esperienziale, deriva invece dal presupposto che l’ esperimento in terapia, sia lo strumento fondamentale, attraverso il quale è possibile costruire modalità adattive più efficaci, per raggiungere un miglior adattamento all’ ambiente. La concettualizzazione del confine di contatto inoltre, fa della Gestalt therapy, una disciplina moderna, che riesce a organizzare in un unico impianto teorico, le migliori intuizioni della Fenomenologia, dell’ Esistenzialismo e della Psicologia della Forma: l’ attenzione fenomenologia del modo in cui il soggetto costruisce il proprio adattamento all’ ambiente, l’ assunzione della responsabilità dell’ individuo nel creare il suo progetto di vita nel mondo, e la dialettica figura-sfondo, dove in figura emergono i bisogni più urgenti da espletare. Con la formulazione del concetto di “confine di contatto” infine, la Psicoterapia della Gestalt, risolve il problema epistemologico della psicologia, dove il soggetto e l’ oggetto dell’ osservazione coincidono. Ponendo infatti, che ad essere osservato, è l’ evento di relazione al confine tra i due sottosistemi individuo-ambiente, diventa possibile sperimentare in prima persona le proprie modalità psicologiche di interazione.
Se da questa incertezza nascono molte difficoltà, è altrettanto vero che essa è lo stimolo ad una ricerca e a una produzione scientifica sull’argomento che, soprattutto negli ultimi anni, si sono moltiplicate. Molti sono infatti gli autori che, da diversi orientamenti, contribuiscono a focalizzare più precisamente le coordinate di definizione di questa patologia che sta diventando sempre più comune negli studi di psicologi e psicoterapeuti. Il mio proposito è fornire un quadro dello stato attuale della ricerca su questa patologia, e tentare di definire le linee di intersezione con una visione mutuata dalla teoria generale della Psicoterapia della Gestalt, utilizzando gli strumenti di definizione e diagnosi tipici del nostro modello di riferimento. Generalità: interpretazioni del disturbo borderline Il sistema DSM ha affidato la diagnosi di questo disturbo a nove criteri che, cosa frequente negli approcci categoriali, non rendono piena ragione della particolare complessità di questa patologia, soprattutto laddove la semplice presenza indiscriminata di cinque criteri, sui nove descritti, è sufficiente a formulare la diagnosi. Un ulteriore aspetto problematico è rappresentato dall’elevata comorbilità fra il BPD e vari disturbi descritti dal DSM (Clarkin e Kernberg, 1993); si tratta di quell’effetto per cui, nelle descrizioni categoriali, un’elevata percentuale di soggetti si trova a soddisfare i criteri diagnostici di differenti disturbi, dando luogo a diagnosi molteplici. I nove criteri per porre la diagnosi di Disturbo Borderline di Personalità, secondo il DSM-IV, riguardano gli stili di comportamento e gli atteggiamenti emotivi abituali del paziente. La tabella a pagina seguente ne fornisce un elenco riassuntivo. Criteri diagnostici del DSM-IV per il Disturbo Borderline di Personalità A. Una modalità pervasiva di instabilità delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé e dell’umore e una marcata impulsività, comparse nella prima età adulta e presenti in una varietà di contesti, come indicato da cinque (o più) dei seguenti elementi: 1) sforzi disperati di evitare un reale o immaginario abbandono. Nota: non includere i comportamenti suicidari e automutilanti considerati nel Criterio 5. 2) un quadro di relazioni interpersonali instabili e intense, caratterizzate dall’alternanza tra gli estremi di iperidealizzazione e svalutazione; 3) alterazione dell’identità: immagine di sé e percezione di sé marcatamente e persistentemente instabili; 4) impulsività in almeno due aree che sono potenzialmente dannose per il soggetto, quali spendere, sesso, abuso di sostanze, guida spericolata, abbuffate. Nota: non includere i comportamenti suicidari o automutilanti considerati nel Criterio 5. 5) ricorrenti minacce, gesti o comportamenti suicidari, o comportamento automutilante; 6) instabilità affettiva dovuta a una marcata reattività dell’umore (per es., episodica intensa disforia, irritabilità o ansia, che solitamente durano poche ore, e soltanto raramente più di pochi giorni); 7) sentimenti cronici di vuoto; 8) rabbia immotivata e intensa o difficoltà a controllare la rabbia (per es., frequenti accessi di ira o rabbia, ricorrenti scontri fisici); 9) ideazione paranoide, o gravi sintomi dissociativi transitori, legati allo stress. Esiste di contro una ricca letteratura clinica che si basa su una lettura qualitativa della patologia e questo ha prodotto ipotesi e descrizioni molto utili ai fini dell’intervento terapeutico e ha contribuito in parte a chiarire il processo descrittivo e diagnostico, pur sollevando differenti posizioni sia dovute all’orientamento teorico di riferimento, sia per il differente approccio alla descrizione e all’eziologia della malattia. Questo differente approccio ha determinato due orientamenti teorici principali: uno che fa riferimento alle cosiddette teorie del conflitto e l’altro che si basa sul concetto di deficit. Il primo orientamento vede il nucleo del Disturbo Borderline di Personalità in un conflitto fra pulsioni libidiche ed aggressive, insorto in epoca pre-edipica e affrontato attraverso un meccanismo di difesa di scissione (splitting). Questo conflitto nasce presumibilmente dalla difficoltà che il bambino sperimenta all’interno di un ambiente familiare che è spesso gravato da problemi di grave conflittualità tra i genitori, abuso fisico o sessuale, o dalla precoce separazione o perdita delle figure genitoriali. La scissione che il soggetto mette in atto diviene un assetto difensivo stabile che impedisce di confrontare le rappresentazioni positive e negative di sé e delle altre persone (Kernberg, 1975, Clarkin e Kernberg, 1993). Per i sostenitori del secondo orientamento, invece, il disturbo centrale della personalità borderline è derivato non da un conflitto, ma da un deficit nella capacità di rappresentazione interna del caregiver, causato dall’incapacità di chi accudisce il bambino a sintonizzarsi con i bisogni di sostegno e protezione che gli viene richiesto di accogliere. A causa di questo deficit, il paziente non ha la capacità di richiamare alla mente, nei momenti di stress emotivo, immagini tranquillizzanti, né esperienze positive di accoglimento; ne deriva una estrema vulnerabilità alle esperienze negative con conseguenti vissuti di paura, vergogna, solitudine e abbandono (Adler, 1985; Kohut, 1971). Altre teorie psicoanalitiche sottolineano il ruolo del deficit, ma concentrano l’attenzione su alcune carenze specifiche nello sviluppo della personalità; di particolare interesse è la posizione sostenuta da Fonagy, che focalizza l’attenzione sul deficit nelle capacità metacognitive. L’incapacità di distinguere apparenza e realtà, di pensare sul proprio pensiero, di formarsi quindi quella che è stata definita "teoria della mente", costituisce un fattore fortemente predittivo per lo sviluppo di una personalità borderline (Fonagy et al., 1995a). Ho voluto esporre quest’ultima visione perché risulterà importante quando tratterò, più avanti, dell’approccio terapeutico con questo tipo di pazienti. Esistono infine teorie che sembrano porsi in una posizione di equilibrio fra le opposte tesi del conflitto e del deficit. Queste teorie postulano un deficit nell’accoglimento, da parte della madre, dei bisogni di autonomia ed individuazione piuttosto che di cura e sostegno, bisogni che il bambino manifesta intorno ai due anni; un mancato accoglimento e un’elaborazione inadeguata di queste richieste genera un conseguente conflitto fra bisogni di autonomia e bisogni di protezione (Masterson, 1972). Un interessante contributo: la diagnosi strutturale di Kernberg Anni fa, Kernberg (1983) pubblicò una intervista diagnostica strutturale che consente di formulare una diagnosi di personalità non basata sui sintomi, ma sulla struttura di personalità secondo un’ottica psicodinamica. I parametri considerati non sono i sintomi psicopatologici, come per la diagnosi descrittiva, ma tre costrutti psicodinamici: 1) L'integrazione o la diffusione di identità 2) Il livello evolutivo delle operazioni difensive prevalenti 3) La qualità dell'esame di realtà Applicare questa modalità diagnostica alla patologia borderline prevede il passaggio dal Disturbo Borderline di Personalità (BPD secondo il DSM), all’Organizzazione Borderline di Personalità (BPO). E’ lo stesso Kernberg (1984) a proporre questa distinzione teorica, partendo dall’eterogeneità dei pazienti che soddisfano i criteri diagnostici del DSM per la diagnosi del BPD e verificando che la maggior parte di questi pazienti risponde anche ai criteri per altri disturbi di asse I e II. La BPO è piuttosto un ampio spettro di patologie e disturbi caratteriali che hanno in comune una mancata integrazione del concetto di sé e degli altri, l’utilizzo di meccanismi di difesa primitivi prevalentemente centrati sulla scissione e infine il mantenimento di un certo grado di esame di realtà che distingue questi pazienti da altri in condizione psicotica. La non integrazione del concetto di sé e di altri significativi è altrimenti nota come sindrome di diffusione di identità, che include in sé l’esperienza soggettiva di vuoto cronico, percezioni contraddittorie del sé e contraddittorietà nel comportamento, e una visione degli altri estremamente superficiale. A livello diagnostico queste caratteristiche emergono facilmente nel colloquio clinico dove il paziente mostra incapacità a dare descrizioni di sé e di interazioni significative con altri, impedendo l’insorgere di qualsiasi forma di empatia nell’intervistatore. Dall’anamnesi risulta emergere una bassa qualità nelle relazioni oggettuali in termini soprattutto di calore, preoccupazione, affetto e tatto, e le relazioni con gli altri sono segnate da una percezione progressivamente distorta che il paziente stesso alimenta. Le difese che proteggono l’Io di questi pazienti sono organizzate attorno a due livelli: il primo, più alto, preposto all’allontanamento dei derivati pulsionali e alla rappresentazione idealizzata, si esprime attraverso la rimozione, la formazione reattiva, la razionalizzazione e altre difese di livello medio-alto; il secondo, più primitivo, agisce tramite la scissione, e quindi dissociando le esperienze e gli oggetti, e tramite meccanismi di idealizzazione, svalutazione e identificazione proiettiva. Altra caratteristica tipica della BPO è la presenza di manifestazioni non specifiche di debolezza dell’Io: intolleranza all’ansia, difficoltà di controllo degli impulsi, incapacità di sublimazione. Questa visione ampliata della personalità borderline ci consente di riflettere sul paziente borderline in termini meno categoriali e quindi più vicini all’esperienza clinica. Possiamo allora passare a descrivere in maniera meno impersonale i vissuti interni di questi individui, e avvicinarci così un po’ di più a quello che è il contributo specifico dell’approccio gestaltico. Un ultimo approfondimento in termini descrittivi vorrei però prima dedicarlo all’aspetto specifico delle difese nella patologia borderline, digressione forse troppo teorizzante ma senz’altro di buon rilievo per un approccio completo. Meccanismi di difesa e patologia borderline L’osservazione e l’analisi delle strutture difensive tipiche della patologia borderline possono essere infatti d’aiuto per oggettivarne ulteriormente l’assessment clinico e diagnostico. Abbiamo visto come ci sia generalmente accordo nel ritenere che lo stile difensivo principale dei pazienti borderline sia caratterizzato da una forte dominanza di meccanismi di scissione, ma non manca l’attenzione a dare rilievo anche ad altri meccanismi come il diniego, la svalutazione, l’idealizzazione e l’onnipotenza, proposte originariamente ad esempio da Kernberg (1975). Riguardo l’assetto difensivo ciò che quindi è maggiormente condiviso, a partire dai lavori di Kernberg, è che i pazienti borderline nelle loro oscillazioni e nel loro collocarsi a diversi livelli alternativamente più vicini a stati nevrotici o psicotici, manifestano una vasta gamma di meccanismi con cui difendono il loro fragile Io. Dall’esperienza clinica con questi pazienti risulta evidente che la rimozione e altri meccanismi di alto livello come la formazione reattiva, l’isolamento, l’annullamento retroattivo, l’intellettualizzazione, la razionalizzazione, servono come protezione dai conflitti intrapsichici e agiscono mediante due diverse strategie: l’allontanamento dei derivati pulsionali dall’io cosciente e la rappresentazione dell’Io idealizzata. Meccanismi più primitivi, come la scissione, agiscono invece tramite dissociazione o attraverso un distanziamento attivo dalle esperienze invalidanti (Clarkin e Kernberg, 1993). - Riguardo la scissione abbiamo già detto come possa facilmente esprimersi attraverso la visione polare di oggetti completamente buoni e altri completamente cattivi. - L’idealizzazione accentua la tendenza scissionale creando immagini potenti ma non realistiche e può sopraggiungere e interferire anche nell’esperienza terapeutica investendo il clinico. - Il diniego nei pazienti borderline si manifesta prevalentemente come mancanza di preoccupazione, ansia, o reazione emotiva nei riguardi di bisogni, conflitti o pericoli; pertanto il diniego non si esprime come negazione della realtà, che anzi viene coscientemente riportata, ma sulla negazione delle connessioni e implicazioni emotive con essa. In questo modo intere aree di consapevolezza possono essere escluse dall’esperienza, proteggendo un’area di potenziale conflitto. - Forme primitive di proiezione e in particolare l’identificazione proiettiva sono frequenti nei pazienti borderline e si differenziano dalla proiezione a livelli più elevati, per la caratteristica di conservare coscientemente l’impulso che si sta contemporaneamente proiettando sull’altra persona; inoltre l’attribuzione all’altro di questo impulso genera timore nei confronti del bersaglio della propria proiezione; infine è chiaro il bisogno di controllo dell’altro attraverso il meccanismo. L’identificazione proiettiva implica pertanto un aspetto interpersonale oltre che intrapsichico. - Onnipotenza e svalutazione sono il frutto della scissone, che genera a priori la considerazione dell’esistenza di altri svalutati e non degni di considerazione. Questi meccanismi possono emergere, oltre che nel comportamento durante le interviste diagnostiche, anche nelle descrizioni di altri significativi. Accanto al lavoro di Kernberg si situa quello di molti autori che hanno affrontato il problema della definizione degli assetti difensivi borderline: Vaillant (1992) ad esempio, fa riferimento più in generale a disturbi del carattere, considera molte delle difese immature comprendendo proiezione, fantasia schizoide, ipocondriasi, aggressione passiva e acting-out. Bond (Bond, Vaillant 1986) sottolinea maggiormente, nei pazienti borderline e narcisistici, le difese che portano ad un grado di distorsione maggiore dell’immagine, non escludendo però, come Vaillant, difese appartenenti a situazioni più regressive, dove non c’è integrazione degli impulsi e dove compaiono quindi ritiro autistico, acting-out, aggressione passiva, proiezione. Anche Perry identifica la presenza ricorrente dei livelli difensivi di acting e borderline come distintivi del paziente borderline, includendo quindi anche meccanismi difensivi di acting-out, aggressione passiva, ipocondriasi. Capacità metacognitive e terapia Un ultimo importante rilievo assume nel nostro excursus il lavoro di Fonagy sui processi metacognitivi del paziente borderline: l’assunto è che la patologia borderline presenta un forte difetto nella capacità elaborativa dei processi di auto-monitoraggio cognitivo ed emotivo; la mancata capacità dei caregiver di restituire pensieri ed emozioni in maniera funzionale allo sviluppo del bambino, da sì che le immagini interne del paziente borderline risultino incomplete, e che la stabilità dei vissuti interni sia inficiata, fondando l’evidente alternanza di processi di idealizzazione e svalutazione tipica di queste personalità. Considerando la stretta e diretta relazione tra la presenza di un grave disturbo della personalità e la parallela mancanza di evoluzione dei basilari processi metacognitivi, appare chiaro come un trattamento di queste patologie debba necessariamente prevedere un progressivo miglioramento della capacità riflessiva. La necessità di incrementare il proprio livello di riflessività è evidente sia per quelle situazioni di realtà che il paziente sperimenta in modo unilaterale senza assumere una visione globale delle relazioni tra sé e l’esterno, sia nell’esperienza che fa riguardo ai propri e agli altrui stati emotivi, che spesso è volta alla negazione, alla scissione, o a un’interpretazione distorta. Nel dispiegarsi di un processo psicoterapeutico efficace emerge quindi, da parte del paziente, una migliore identificazione e una maggior comprensione riguardo gli stati emotivi, attraverso una relazione dove il terapeuta si pone come elemento tramite cui compiere questo lavoro di ricostruzione e riappropriazione. Molti clinici sostengono infatti la scarsa efficacia di un approccio meramente interpretativo: con questi pazienti, infatti, esso tende a “scontrarsi” con un funzionamento mentale poco propenso a “pensare sul pensiero” (Fonagy, 1991; Fonagy, Target, 1995). La tendenza è dunque quella di evitare di descrivere stati mentali complessi o di far riferimento ai conflitti del paziente, alla sua ambivalenza e alla sua distruttività riguardo il processo terapeutico, preferendo piuttosto che il paziente inizi a trovare a poco a poco sé stesso nella mente del terapeuta, il quale lavora su questi contenuti in senso più elaborativo che interpretativo. Un forte fattore carenziale nello sviluppo dell’attaccamento o in generale nello sviluppo di un appropriato senso di sé, è stato identificato proprio nell’incapacità del bambino di riflettersi nella mente del genitore (Winnicott, 1962; Bion, 1962; Kouth, 1971); il terapeuta si trova quindi a dover lavorare per ricostruire quell’ ambiente tutelato dove il paziente si sente progressivamente più fiducioso di potersi abbandonare a riscoprire la propria capacità riflessiva, e invitato a ritrovarsi proprio nell’essere pensato e riconosciuto da qualcuno nei suoi stati emotivi profondi. Il contributo della Gestalt E’ in questo processo, lungo e difficile, di ricostruzione di un sistema di interpretazione più accurato della realtà che si inserisce a pieno titolo l’approccio terapeutico gestaltico. In termini gestaltici possiamo infatti trasporre l’insieme dei concetti fin qui esposti in termini di modalità di resistenza al contatto, ed è inoltre possibile valutare le modalità con cui il paziente borderline vive il ciclo delle esperienze. Se è vero che la personalità borderline sperimenta sentimenti di vuoto cronici e forti vissuti abbandonaci, possiamo osservare che la confluenza è una modalità presente laddove nella fase idealizzante questi individui tendono a uniformarsi all’ambiente per timore di perdere l’apprezzamento e la presenza dell’altro, perdita per la quale essi sperimentano un vissuto fortemente angoscioso. A questi stadi di confluenza fanno seguito episodi di “automomia” che oltre ad essere estremamente transitori, sono spesso reazione a qualche delusione che il fragile io sperimenta a seguito delle relazioni con le persone precedentemente “elette”. Per quel che riguarda l’introiezione possiamo osservare che l’instabilità psicologica del paziente borderline non la favorisce anche se in concomitanza con i periodi di confluenza può assumere acriticamente idee ed atteggiamenti altrui per poi respingerle nella fase di svalutazione. Questo meccanismo è estremamente degno di considerazione da parte di un terapeuta che può vedere facilmente accolte alcune indicazioni per poi vederle distrutte in altri momenti; a livello controtransferale è un elemento di fondamentale considerazione per la sopravvivenza dell’alleanza terapeutica. La proiezione viene utilizzata come meccanismo compensatorio, nel senso che il paziente borderline cerca all’esterno elementi che completino sue parti mancanti o che non riesce a contattare pienamente nella sua esperienza; per questo le proietta sugli altri, anche se in modo particolare; infatti la sua percezione di uno stato d’animo non è alienata da sé e proiettata sugli altri, bensì spesso incolpa gli altri di indurgli tale sensazione. La retroflessione è una modalità che assume un forte rilievo nella terapia con i borderline; tipicamente infatti questi soggetti non sono molto abili a retroflettere, per via di una fragilità dell’io e della difficoltà a ritirarsi dalle proprie particolari forme di contatto nel timore di essere abbandonato. In questo senso nella terapia con questi pazienti si può lavorare molto per rendere adeguata la capacità retroflessiva e qui tornano particolarmente utili i rilievi fatti nei capitoli precedenti riguardo la possibilità di aiutare le personalità borderline a recuperare la capacità di mentalizzare, di riflettere sul proprio pensiero, capacità importante per ritrovare un’adeguatezza nel ritrarsi dopo aver sperimentato un avvicinamento al contatto vissuto come troppo pericoloso. Aiutare questi pazienti a ricostruire i processi che portano alla consapevolezza dei propri vissuti e delle proprie forme di pensiero deve necessariamente tener conto della particolare instabilità del loro carattere e della difficoltà e ambivalenza nella gestione degli affetti; queste modalità si presentano infatti invariabilmente anche nella relazione terapeutica e, come gestaltisti, è possibile utilizzare diverse tecniche per contenere queste oscillazioni ed aiutare il paziente a ricostruire lentamente dei processi relazionali più adeguati per giungere al temuto contatto senza cadere nell’angoscia dell’abbandono. In particolare occorre considerare l’unltima tra le modalità di contatto e resistenza al contatto, la deflessione, come un elemento centrale della modalità relazionale del borderline, il quale, soprattutto in periodi di particolare stress e in momenti di attivazione, vive una forte distanza tra ciò che gli accade intorno nel qui ed ora, da ciò che egli sperimenta. Conoscere e sperimentare a livello di vissuto cognitivo ed emotivo questa distanza, permette di ridurre la potente deflessività e riorganizzare le proprie percezioni in modo più coerente all’esperienza. Conclusioni Parlare del borderline è senz’altro più facile che interagirci o affrontare una terapia; la particolare natura e definizione sia della patologia che delle persone che la rappresentano, rende difficile definire un approccio corretto. Ho tentato di delineare alcune caratteristiche fondamentali che occorre conoscere e tener presenti, oltre a presentare un approccio particolare che consenta di considerare la difficoltà metacognitiva di questi pazienti. In quest’ottica applicare le modalità operative della Psicoterapia Gestalt ci consente di collocare i borderline nel ciclo di contatto e di relazione e di affrontare la particolare natura di questa patologia attraverso l’esplorazione e l’utilizzo delle modalità di contatto e resistenza al contatto, la cui conoscenza ci offre le chiavi per costruire un setting dove aiutare i pazienti sostanzialmente a ricostruire un’immagine della realtà che seppur non completamente distorta appare loro comunque molto frammentata e difficilmente integrabile. Il compito del terapeuta gestaltico con questi pazienti è estremamente delicato e richiede la capacità di esserci, tenendo conto delle potenti attivazioni transferali e controtransferali su cui si gioca l’alleanza terapeutica e la difficoltà di queste persone di affidarsi realmente e di sperimentarsi su un terreno sicuro, di trovare insomma quel terreno solido che gli consenta di ricominciare il processo di esplorazione della realtà interna ed esterna, che hanno molto precocemente abbandonato.
DUE CASI CLINICI di Giampaolo Romagnoli Psicologo, Psicoterapeuta 2 INDICE INTRODUZIONE………………………...………………………………………………..3 IL DISTURBO DIPENDENTE DI PERSONALITA’ NEL DSM IV…………………….6 Caratteristiche diagnostiche …...…...………………………………………………...….....6 Manifestazioni e prevalenza …...…...………………………………………………...…....8 Diagnosi differenziale……..…...…...………………………………………………...….....8 IL DISTURBO DIPENDENTE DI PERSONALITA’ E LA MODALITA’ DIAGNOSTICA COMPLESSIFICANTE DELLA GESTALT ………………….……..……………...10 Diagnosi ……………………......…...………………………………………………...…...10 Livelli dell’esperienza ……………………………………………………..11 Ciclo di contatto\relazione\esplorazione…………………………………..14 Resistenze e modalità di contatto..................................................................14 Progetto……………..……………………………………………………………………15 CASI CLINICI…………………………………………………………………………....16 La storia di A.: se provo a cambiare la mia relazione affettiva? Catastrofe…...…...…….16 La storia di D.: pur di non perdere l’affetto mi ammalo.…………………..……………...21 CONCLUSIONI…………………………………………………………………..………26 BIBLIOGRAFIA………………………………………………………………………….28 3 INTRODUZIONE Avere l’occasione di esprimere il proprio punto di vista nell’ambito della Psicopatolgia, è nello stesso tempo eccitante e problematico. La problematicità deriva, per chi scrive, nel ridurre ed incastrare un caso clinico in una serie di criteri che lo definiscono quando il caso è definito da una persona che porta un vissuto, o un “romanzo”, che viceversa poco o nulla si presta a questo tipo di lavoro. Inoltre, l’insieme dei criteri che vengono utilizzati per la diagnosi, costituiscono un insieme di condizioni posti su più linee che in gergo si definiscono “assi” per il DSM IV e “modalità di contatto” per la Psicopatologia della Gestalt. In entrambi gli approcci, la definizione di una diagnosi necessita la collocazione di un caso clinico in uno spazio multidimensionale che nel caso del DSM IV è a cinque dimensioni, nel caso della Psicopatologia della Gestalt è, come minimo, a sei dimensioni se vogliamo considerare come assi di osservazione solamente i livelli di esperienza, le modalità di resistenza al contatto, il ciclo di contatto, il ciclo di relazione, il ciclo di esplorazione, la personalità del terapeuta. Personalmente, vivendo di solito in uno spazio tridimensionale, ho grosse difficoltà nell’immaginare mondi con quattro o più dimensioni e, a volte, mi chiedo se tutto questo non sia un artificio per rassicurare chi opera con la “follia”, o l’irrazionale, rispetto a quale parte del cancello ci si debba collocare, con l’effetto di realizzare dei mondi che forse sono più folli e irrazionali di quelli che si è chiamati a comprendere e sostenere. Un pò quello che succede in logica-matematica quando si prova a spiegare il funzionamento di sistemi complessi e autoreferenziali: (quando nel sistema ci sono funzioni che osservano se stesse): si realizzano paradossi da cui non si può uscire. La matematica ci ha insegnato che la frase “due più due è uguale a quattro” è vera e la frase uno più uno uguale tre è falsa, ma cosa dire della frase “io sono un mentitore”? E’ vera o falsa? Oppure come mai se nella realtà faccio correre una lepre con una tartaruga vince la lepre mentre per i logici questo non accade in virtù del fatto che esiste un infinito che non si sa se ha una fine? Per gli esperti di logica-matematica quando la lepre giunge ad un secondo dalla tartaruga, si può spezzare in due questo tempo rimasto. Interessante è che questa operazione la si può ripetere infinite volte sulla risultante ottenendo 1\2 secondo, 1\4 di secondo, 1\8 di secondo, etc.. Se l’osservatore è impegnato all’infinito in queste operazioni mai gli arriverà il momento in cui la lepre sorpassa la tartaruga! 4 Così a volte mi sento quando con i vari manuali cerco di costruire una diagnosi rispetto ad un caso clinico: arrivo a delle brillantissime congetture ma nel frattempo l’umanità della persona che mi trovo di fronte è passata via come la lepre che durante il ragionamento fatto sopra ha da tempo sorpassato la tartaruga. Ulteriori elementi che complessificano la diagnosi sono: l’eventuale sovrapposizione tra criteri appartenenti a dimensioni differenti e la coincidenza dell’osservatore con il fenomeno osservato. Se per il primo aspetto si può sperare nel futuro di avere una maggiore precisione descrittiva per il secondo si è di fronte ad un vicolo cieco. L’osservazione del fenomeno psicologico è realizzata dal terapeuta che è parte integrante del fenomeno stesso determinando, come già noto dai fisici, un cambiamento nel fenomeno stesso. In altre parole, la persona che si trova in un setting terapeutico cambia sensibilmente il proprio comportamento, questo vale sia per il paziente che per il terapeuta. Questo è l’aspetto che invece di scoraggiare dovrebbe eccitare chi si approccia alla Psicoterapia, almeno ha questo effetto su di me. Durante i vari colloqui si possono osservare, in un arco di tempo proporzionalmente ridotto, dei cambiamenti che in contesti esterni alla Psicoterapia richiedono anni. Proprio l’osservazione di tali cambiamenti attivati dal Terapeuta permette di riconsiderare la diagnosi e la pervasività del professionista in un ottica costruttiva. I rapidi e numerosi cambiamenti che si verificano nella relazione terapeutica la rendono dinamica, proprio in questa dinamica emerge il movimento tra aspetti diagnostici e aspetti umani, un movimento di tipo osmotico, in alcuni momenti i primi sono lo sfondo alla umanità in figura in altri la diagnosi è la figura che si stacca dallo sfondo espresso dall’umanità del paziente-cliente, in altri ancora è a volte difficile distinguerli. Una delle dinamiche relazionali più sorprendenti, almeno per chi scrive, è quella che un incontro tra due sconosciuti diventa in breve (rispetto alle ore necessarie affinché ciò avvenga) l’incontro tra due affettività forti. In questo si manifestano i stili di attaccamento reciproci che sono le pentole di quanto verrà cucinato nella relazione terapeutica. Il fatto è che proprio la relazione terapeutica consente l’espressione degli stili di attaccamento, e la sua dinamica permette di sentire l’umanità dell’altro e,nello stesso momento, di classificare come ciò avviene. Rispetto a quanto detto sopra il terapeuta, con il proprio stile personale di attaccamento, è strutturale rispetto a questo percorso umano e diagnostico, pertanto la conoscenza 5 di sè e l’apertura verso l’esterno e il diverso da sè sono gli elementi che lo devono guidare durante tutto il percorso professionale. Sebbene quest’ultima cosa sembri relativizzare le conclusioni a cui generalmente si giunge in quanto Psicoterapeuti, al contrario, il relativismo non è un limite alla conoscenza e all’incontro, bensì il terreno fertile per l’espressione delle relazioni terapeutiche dinamiche e non incastrate su pregiudizi statici nel tempo. Ne consegue che supervisione, aggiornamento professionale, incontri fra colleghi e partecipazione al sociale, siano necessità alle quali un Psicoterapeuta non può sottrarsi. La scelta del disturbo dipendente di personalità da parte di chi scrive è motivata principalmente da due cose che sono in interazione fra di loro: una è che la maggior parte dei pazienti che si sono incontrati fino ad oggi, hanno come elemento diagnostico principale questo e naturalmente i tratti che lo definiscono sono elementi che sono in risonanza con la personalità di me che scrivo. Inoltre dal punto di vista dell’epistemologia della Psicoterapia questo disturbo ad un livello meta è la rappresentazione di un percorso possibile verso l’appropriazione di strumenti di psicopatologia.
Introduzione “Sto diventando troppo filosofico? Dopotutto abbiamo estremo bisogno di un nuovo orientamento, di una nuova prospettiva. Il bisogno di orientamento è una funzione dell’ organismo. Abbiamo occhi, orecchie, ecc. per orientarci nel mondo, ed abbiamo nervi propriocettivi per renderci conto di cosa succede all’interno del nostro corpo. Filosofeggiare significa ri-orientarsi nel proprio mondo … … Filosofeggiare è un esempio estremo dei nostri giochi intellettuali. Appartiene alla classe dei giochi di adattamento”. Questa citazione appare nella autobiografia di Perls, In&Out the garbage pail1 pubblicata nel 1969, e ben si addice a visualizzare il ponte che lega la sua personalità e il suo pensiero alla tradizione filosofica. D’altro canto non è semplice accertare in quale misura Perls possa aver vissuto un contatto, seppur indiretto, con Sartre e il suo pensiero ai fini delle sue teorizzazioni e revisioni della teoria psicoanalitica; se ne trovano tracce nei suoi scritti ma manca un approfondimento diretto di ampio respiro. Un primo sguardo filosofico permette però senz’altro di osservare alcune tematiche tipiche della Gestalt, come l’osservazione fenomenologica o il concetto del qui ed ora, in parallelo a quelli che in Europa animavano la filosofia Esistenzialista, e percorrendo questa idea si apre un’ interessante prospettiva di confronto. D’altra parte il riferimento alla filosofia esistenziale sartriana compare direttamente, non solo nel volume citato, quando Perls parla della fantasia, dell’ immaginazione, del creare delle immagini, o quando indica la questione esistenziale come fondamentale per risolvere il dualismo e la scissione tra il nostro essere sociale e il nostro essere biologico. Al di là dei riferimenti bibliografici espliciti, possiamo peraltro dire che il terreno condiviso su cui si muove il pensiero dei nostri due autori è evidente anche in alcune particolari tematiche comuni: il concetto di coscienza, l’ approccio fenomenologico alla realtà inteso come riformulazione delle modalità d’ osservazione e di descrizione dei fenomeni, e infine il modo di considerare il soggetto, quello che per Perls è un individuo nella sua totalità, e che in questo excursus filosofico possiamo definire l’ essere. Sviluppare questo “gioco” ci consente dunque di ri-orientarci, fornire nuovi contesti alle nostre astrazioni e trasformarle in simboli, fornendo forse una ulteriore chiave di lettura allo studio della psicoterapia della Gestalt e allo sviluppo di un atteggiamento ad essa coerente. Fenomeno, essere e coscienza Il fenomeno è uno dei concetti base della filosofia esistenzialista, ed è mutuato, in buona parte, dalle formulazioni che ne hanno fatto Husserl e Heidegger: il fenomeno è indicativo di se stesso, non c’è un qualcosa al di là di esso. Nell’osservare il fenomeno, il sensibile, non dobbiamo cercare qualcosa che è al-di-là, e che in qualche modo ne spieghi la presenza, bensì cogliere in esso (nel fenomeno), la sua stessa essenza. 3 In questo senso Sarte critica fortemente quello che definisce il primato della conoscenza, eredità di un approccio positivistico, affermando un complesso concetto di coscienza. Contesta in questo modo una visione, di matrice platonica, che vuole un mondo ideale e sovrastrutturato, contrapposto ad un mondo formale. Per Sartre di contro, il modo in cui una cosa appare è; il suo essere è in quanto apparire, manifestarsi. L’essere di una sedia, la sua essenza, non è il prendere forma da un insieme ideale ed infinito di modi diversi per essere sedia; non c’è un’idea potenziale di quella sedia, che la precede come possibilità, c’è il fenomeno sedia, la sua rivelazione, come essa si rivela nella realtà sensibile. L’essere è esattamente la condizione per questa rivelazione, attraverso la quale il fenomeno si mostra. Non si nega quindi che esistano sia un essenza che un apparire, ma viene meno il dualismo tra apparenza ed essenza. Se in questo discorso prendiamo ad oggetto il fenomeno “essere umano”, allora parliamo di coscienza, dato che un essere conoscente (ad es. una persona che si osserva) è al tempo stesso soggetto di questo processo conoscitivo, e il suo essere, nel senso espresso sopra, è un essere in quanto essere-cosciente. La coscienza è dunque qualcosa che va oltre il fenomeno (in questo caso il soggetto-fenomeno “essere umano”), è qualcosa che si spinge alla ricerca di quell’essere che è condizione stessa del suo rivelarsi, del suo essere fenomeno. Quindi la coscienza può conoscere e conoscersi, ma è essenzialmente qualcosa di diverso da una conoscenza ripiegata su se stessa. La coscienza non è riducibile alla conoscenza di sé ma è piuttosto un rapporto immediato e non-cognitivo di sé a sé. 2 Cerchiamo ora di rendere questo discorso più vicino alle tematiche psicologiche applicandolo ad una sensazione o emozione, o comunque a un’espressione della coscienza umana: un piacere, o un dolore, sono percezioni che cogliamo come coscienza immediata di noi stessi, e il piacere non può essere distinto dalla coscienza del piacere, è il suo modo di esistere, di essere piacere; solo nel momento in cui esso si rivela (come coscienza del piacere, nel momento in cui lo si sperimenta) esso è. Il fenomeno e la coscienza del fenomeno sono un essere unico: non c’è una sequenza logica o temporale che preveda “prima” una coscienza (a monte) che riceva “poi” l’emozione piacere. E’ chiaro quindi che la coscienza non è la totalità dell’essere umano, ma un nucleo istantaneo di questo essere. Questa istantaneità e immediatezza dell’essere ci torneranno utili quando affronteremo più avanti il concetto gestaltico del qui ed ora. Possiamo dire quindi che in una definizione o descrizione del piacere non posso partire dalla coscienza che ne ho ma neanche prescinderne. La coscienza è, e il suo essere è la condizione di ogni possibilità. Non si può assegnare alla coscienza altra giustificazione che se stessa. Sartre oltre a definire una base teorica e filosofica in senso classico, ci offre alcune affascinanti descrizioni di questa condizione nella sua produzione da letterato, in romanzi filosofici come “La nausea”, dove questo flusso di coscienza assume i tipici toni drammatici dell’esistenzialismo, e in questo ci offre un modo per sentirlo. “… … Dove mi conduceva tutto questo? A questo minuto, a questo sedile, in questa bolla di luce tutta ronzante di luce … … Sono qui, vivo nello stesso secondo di questi giocatori di ombra; ascolto una negra che canta, mentre fuori vaga la debole notte.” 3 Gestalt ed Esistenzialismo Possiamo a questo punto cercare di correlare questi complessi temi filosofici ad alcuni elementi fondamentali di teoria e terapia gestalt così come illustrata da Perls. La vera natura di questo incontro la si trova sia nel significato di alcune parole chiave del lavoro terapeutico, che vedremo oltre, sia negli aspetti riguardanti l’atteggiamento gestaltico generale che si attua durante il processo di descrizione e osservazione del fenomeno-comportamento, e nell’attuazione del comportamento stesso. Nel momento terapeutico questa è una condizione, e dovrebbe costituire, in ultima analisi, l’atteggiamento quotidiano di rapporto con la realtà. 4 Il riferimento specifico a queste dimensioni lo troviamo in Perls quando sottolinea la necessità di considerare il comportamento come fenomeno, o quando afferma che osservare il nostro sé in azione corrisponde in ultima analisi all’osservare il nostro sé come azione4. Riguardo il primo punto, ovvero considerare il comportamento come fenomeno, è evidente che in una psicologia che si fonda sull’assunto che la totalità determina le parti ed è diversa dalla somma delle parti, il comportamento, che è l’oggetto dell’osservazione psicologica, deve necessariamente essere considerato come fenomeno unitario, con un’attenzione al risultato che produce a livello di coscienza. Circa il secondo assunto, osservare il nostro sé come azione, possiamo rilevare come rimandi a un concetto che riguarda proprio la coscienza: il sé che osserva se stesso; e osservazione di sé stessi è quell’operazione che Perls definisce come comprendere lo sperimentatore (colui che osserva e descrive il fenomeno) all’interno dell’esperimento stesso (ovvero il processo conoscitivo). Nella terapia gestaltica si chiede per questo al paziente di sperimentare sé stesso nel vivere realmente gli eventi, sviluppando e ponendo attenzione a una modalità di osservazione che mette in gioco il qui ed ora come tramite per la consapevolezza. Questo processo investe anche il terapeuta, sia in qualità di parte attiva nel processo globale della relazione terapeutica che come osservatore e ci lascia uno spazio di riflessione sulla coscienza del terapeuta. L’affermazione di Perls quando dichiara che niente esiste al di fuori dell’ora ci consente senz’altro di rifarci ai concetti filosofici espressi finora, addentrandoci però più intimamente in questo rapporto e sottolineando le convergenze tra psicoterapia Gestalt ed Esistenzialismo. E’ necessario tuttavia precisare, seppur brevemente, i termini in cui intendiamo muoverci, anche specificando il modo in cui facciamo riferimento alla corrente esistenzialista. Erving Polster ci offre ad esempio una riflessione sulle relazioni tra il concetto di qui-ed-ora e questa filosofia, sostenendo però che sia un errore correlare questi termini; in particolare si rifà ad autori, tra cui Kierkegard, che non ponevano il presente al centro della riflessione esistenziale, invalidando la possibilità di parallelismo con il qui ed ora. Riconosce per contro la possibilità di questo paragone con la concezione sartriana del tempo, ma solo al costo di una estrema semplificazione del pensiero di Sartre. Questa, a detta dello stesso Polster, è in definitiva un’obiezione che mira a scardinare l’idea di un Sartre sostenitore dell’esclusività del qui-ed-ora, critica che, focalizzata su questo assunto, è pienamente condivisibile. 5 Qui vorremmo invece riferirci in maniera più globale alla visione esistenzialista sartriana, intendendola in primo luogo come condizione di esistenza, sostenuta in questo senso anche dall’ esistenzialismo francese più in generale, e influenzata da filosofi come Bergson, Jaspers e Merlau-Ponty; in secondo luogo vorremmo focalizzarci sull’eredità che la fenomenologia ha lasciato all’ esistenzialismo, come illustrato in precedenza, a proposito della realtà fenomenica, dell’ essere e della definizione della coscienza. A questa prospettiva fanno riscontro in Sartre due linee di sviluppo della sua opera: una è quella letteraria e teatrale, ispirata appunto all’esistenzialismo come condizione nella realtà individuale e sociale; l’altra più propriamente visibile nelle sue opere filosofiche e più orientata all’ approfondimento teoretico. E’ in questa cornice che riusciamo a individuare il filo comune alle due correnti, dove l’ intento non è quindi cercare in Sartre la paternità di concetti gestaltici ma sollecitare una riflessione filosofica per la comprensione teorica dei singoli concetti, al fine di saperne ampliare il significato e la conseguente contestualizzazione nella teoria della Gestalt. Qui ed ora; l’essere e il tempo Il “niente esiste al di fuori dell’ora” di Perls, ci richiama dunque allo studio della coscienza come nucleo istantaneo dell’essere: ci insegna inoltre che lavorare sulla base fenomenologica significa lavorare sulla consapevolezza del processo in atto; Sartre ci aiuta, in questo, quando descrive la natura del fenomeno dicendoci che l’essenza della sedia che ho davanti è nel suo manifestarsi, ovvero, che non c’è dicotomia tra l’essere in potenza e il suo apparire poiché tutto quello che è, è in atto. In questo atto cogliamo l’essenza, elemento indiscutibilmente importante per costruire la consapevolezza. Coscienza di sé è coscienza dell’atto di esserci. 5 L’attenzione al presente come momento cronologico, riferibile quindi a un tempo, è una parte del processo di acquisizione delle informazioni, e pur non determinando l’essenza dell’elemento percepito ne può condizionare la coscienza. In questo senso è indicato da Sartre come elemento anche controproducente se utilizzato come unico filtro di elaborazione per la coscienza, e ne sono ancora una volta esempio i suoi personaggi pienamente immersi nell’essere “destinati a vivere”. La coscienza può conoscere e conoscersi e, in questo modo, trascendere il fenomeno, e quindi il presente costituisce nient’altro che il tempo storico in cui questo processo si attua. Il qui ed ora è quindi un elemento nel campo dell’atto conoscitivo della propria coscienza e del proprio essere, ed è per questo che diventa un fattore cardine per Perls: nel momento in cui prendo coscienza di un fenomeno posso farlo solo nella sua dimensione presente dove il campo percettivo dell’osservatore vive un contesto attuale di stimoli sensoriali. Tutto ciò che è reale lo è nel presente, in quanto somma delle parti di cui posso essere consapevole. Questo concetto gestaltico trova un riscontro fondamentale nell’analisi della temporalità che ne fornisce Sartre parlando del presente; a questo proposito espone un pensiero interessante, che interseca e supporta anche la visione gestaltica della realtà spazio-temporale. Il punto è il seguente: se analizziamo il momento presente in opposizione al futuro (che non è ancora) e al passato (che non è più), innanzitutto ci troviamo a dare una definizione del presente per esclusione, ovvero tutto ciò che esso non è: né passato né avvenire. Una ricerca di questo tipo non può dare altro risultato che il trovare un attimo infinitesimale, peraltro continuamente afferrabile ma che continuamente sfugge. In questo atteggiamento estremo si rischia una sorta di collasso della coscienza: il protagonista della Nausea fa un’esperienza metafisica dove può cogliere l’assurdità dell’esistenza proprio in quanto concentrata nella assoluta contingenza attuale. In altri termini questo vuol dire che è di fatto uno stato di coscienza che si aliena dalla realtà, seppur permeato dell’assoluta consapevolezza di sé, o coscienza dell’ In-sé, per usare i suoi termini. Sartre ci porta allora a considerare maggiormente un altro tipo di domande: quando parliamo di presente non ci riferiamo solo a una negazione del passato o del futuro, ma lo definiamo anche in opposizione all’assenza, che ne è il naturale contrario (ce ne dà un esempio il pensare ad un appello a cui si risponde in termini di presenza-assenza). Sartre individua allora il senso del presente solo come presenza a … qualcosa. Ci invita dunque a chiederci a che cosa o a chi il presente è presenza. Se abbiamo chiaro il senso di questa domanda e lo contestualizziamo nella terapia Gestalt non possono non venirci davanti i termini del qui ed ora connessi alla presenza nella relazione con l’esterno, terapeutica e non. Dell’ ora abbiamo detto prima; per quel che riguarda il qui, nella Gestalt, esso emerge proprio dall’ idea che le cose reali per una persona devono trovarsi dove si trova la persona stessa; non si può sperimentare un evento, ovvero viverlo direttamente, se si trova fuori dal campo percettivo dei propri recettori, ovvero fuori dal proprio confine-contatto; se al limite, proviamo a immaginarlo, non facciamo altro che riprodurre un evento qui dove ci troviamo 4. Dunque se un evento (un fenomeno) è qui e c’è ora, esso è presente; per rilevare questa presenza c’è bisogno che sia presente a qualcuno (che ne avrà una sua percezione), il quale sarà quindi per forza esso stesso presente e cosciente. Figura e sfondo, la percezione della realtà Lo studio del modo in cui l’essere umano percepisce la realtà è stato fortemente influenzato dalla psicologia della Gestalt, come emerge da molti lavori dei suoi esponenti, e ha permesso di superare l’assunto secondo il quale la percezione (nello specifico quella visiva) si organizza attraverso la raccolta di frammenti visivi e il raggruppamento di questi in un oggetto; a questa visione si è dunque opposta quella secondo cui il vedere è organizzato, è una gestalt appunto, una configurazione. Il campo visivo di un individuo si struttura in termini di figura e sfondo, e la visione è influenzata da elementi sia psichici che legati ai recettori, come ad esempio la tendenza al completamento di figure parziali. Le ben note figure ambigue costituiscono un facile esempio di comprensione di questo assunto. Perls ci invita ad estendere queste considerazioni alla nostra coscienza, in termini di percezione, e all’osservazione dell’interazione dell’organismo con l’ambiente; in termini più generici questo significa applicare questi concetti alla relazione con l’esterno, e alla percezione che possiamo averne: 6 così come il processo figura-sfondo nel caso della percezione visiva è determinato dai punti che attraggono la nostra attenzione formando la figura e lasciando il resto sullo sfondo, nella relazione con l’esterno, che è poi un’interazione di organismo-ambiente, lo stesso processo è attivato dai bisogni dell’organismo, che determinano l’importanza degli oggetti ambientali. Questi costituiranno la figura, l’elemento centrale della nostra percezione (e della nostra coscienza di questa), mentre il resto si dissolve nello sfondo. In questa dinamica subentrano ostacoli e deviazioni: fissare in figura qualcosa in modo perseverante tende a farla essere meno nitida e a stimolare la necessità di distogliere l’attenzione poiché non ci è possibile investirla di interesse nuovo; oppure lo sfondo può contenere elementi che ci distolgono reclamando la nostra attenzione, e in generale questi processi non sono univoci ma coesistenti nel fluire della realtà, tanto quella materiale quanto quella psichica. Questa prospettiva apre un enorme capitolo di revisione del modo di concepire la percezione della realtà, nonché, in psicoterapia, lascia spazio a una rivisitazione radicale di alcuni atteggiamenti terapeutici precedentemente consolidati, revisione che infatti costituisce la spina dorsale del lavoro di Perls. In questa sede, volendo adempiere allo scopo prefissato, analizzare queste implicazioni in dettaglio è fuori luogo; ci risulta invece interessante tornare ad osservare la connessione che riscontriamo nuovamente in alcune formulazioni della filosofia sartriana, che arricchiscono ancor più questa suggestiva analisi di come si organizza la realtà percettiva e psichica. Anche Sartre afferma infatti che nella percezione c’è sempre il costituirsi di una forma sullo sfondo; aggiunge che non c’è un gruppo di oggetti o qualità particolari in essi che siano particolarmente indicati a costituirsi come figura o sfondo, bensì tutto dipende dalla direzione della mia attenzione. Questo orientamento è dettato da un processo di nullificazione, termine con il quale descrive una precisa organizzazione che noi possiamo considerare psichica: se pensiamo a un esempio, come entrare in un bar per cercare una persona, vediamo che si forma un’organizzazione sintetica di tutti gli elementi presenti in quello spazio che si configurano come lo sfondo sul quale la persona è destinata ad apparire come figura; questo costituirsi di oggetti e persone non rilevanti ai fini della mia ricerca come sfondo, è un processo di nullificazione. Lo sfondo così composto è oggetto di un’attenzione solamente marginale e il successo di questa operazione è condizione necessaria per l’apparizione della forma principale, ovvero la persona che sto cercando. Questa nullificazione è data dalla mia intuizione o, potremmo aggiungere, dal mio bisogno, di cui io soltanto sono testimone come lo sono dello svanire successivo di tutti gli oggetti del mio campo visivo. Pensiamo ora in termini gestaltici al rapporto figura-sfondo: se in questo processo di ricerca trovassi effettivamente l’oggetto della mia ricerca il mio bisogno sarebbe riempito da un elemento solido, realmente riscontrabile, dando luogo ad una riorganizzazione dell’intero campo in cui mi sto muovendo; questo lascia spazio all’emergere di un nuovo bisogno, ad esempio il motivo per cui stavo cercando la persona in questione. Nuovamente riparte la differenziazione di una nuova forma, o figura, che diventa magari il parlare con la persona; la necessità di trovarla svanisce immediatamente nello sfondo, dove continuano a rimanere anche gli altri elementi del bar, o magari da quegli stessi elementi emerge la necessità, che potrei sentire, di prendere un bicchiere d’acqua o un caffè prima di iniziare la mia conversazione. Spingendoci oltre possiamo anche dire che l’aver trovato la persona nel bar mi permette la formulazione di un giudizio (in senso filosofico), l’emersione di una consapevolezza: “la persona che cercavo è qui”. Questo peraltro è un evento assolutamente reale che concerne tre attori: la persona in oggetto, me che la cercavo, e il bar come sfondo e ambiente dove tutto ciò accade; questo determina una relazione dinamica e sintetica tra i tre elementi: tra la figura (la persona), lo sfondo (il locale) dove IO la cerco. Nel rapporto tra queste parti può vivere anche una relazione implicita del tipo “la persona che cerco abitualmente frequenta questo bar” oppure “mi ha dato qui un appuntamento” e così via, elementi questi che orientano il mio movimento in termini di giudizi e che contribuiscono alla coscienza della mia azione (se avessi cercato a caso in tutti i bar è evidente che sarei partito da altre considerazioni). In questo senso dunque possiamo dire che la realtà delle mie convinzioni o informazioni pregresse insieme al giudizio finale emerso dall’interazione con la realtà in termini di figura sfondo, costituisce la possibilità di muovermi consapevolmente nell’interazione organismo-ambiente. Consapevolezza 7 Nello scenario illustrato finora, si dispiega dunque la coscienza: di sé come essere cosciente, e di sé come essere presente. Abbiamo visto come queste dimensioni vengono illustrate nella filosofia esistenzialista, e di come convergano a livello teorico con la teoria della psicoterapia della Gestalt. L’aspetto pratico di questa teorizzazione si traduce nel lavoro psicoterapeutico in termini di consapevolezza. Nel lavoro di Perls osserviamo una costante attenzione ad alcuni aspetti specifici del comportamento: attenzione alle caratteristiche della postura, del linguaggio, dei muscoli, dei gesti. Gli esempi di queste dinamiche costituiscono gran parte delle sue opere, dove ci presenta estratti dalle sedute di gruppo o dei suoi seminari a suggello dell’applicabilità reale di questi presupposti teorici. Uno dei contributi fondamentali all’evoluzione della psicoterapia della Gestalt è proprio l’aver promosso un atteggiamento di attenzione che consenta di cambiare il modo di vedere gli eventi, attraverso la personale sensazione di essere un fluire continuo di processi e di osservare tanto le modalità del dispiegarsi di questo processo quanto le resistenze, quanto ancora la direzione che tende a prendere e le sensazioni che genera. Ovviamente per quanto questi concetti siano riconducibili a quanto espresso prima in termini di pensiero sartriano, una psicoterapia non è solo una filosofia: la strada che percorre Perls immerge questi concetti nella pratica, sia essa psicoterapeutica che la vita stessa. In questo senso ci fa notare che l’errore di fondo che causa la perdita di contatto con la propria realtà presente non è tanto il non riuscire in questo approccio di attenzione (fenomenologica), quanto l’oscillare continuo tra passato e futuro, o il procedere ostinato in una di queste due direzioni pur tentando di stare agganciati al presente. Alcune persone tendono ad andare al passato e indugiare su particolari ricordi senza accorgersi che essi sono importanti solo in quanto ora si sente che quanto si aspettavano deve ancora essere realizzato, e che quindi grossi nodi presentano ancora difficoltà da risolvere; questo è l’approccio che Perls attribuisce a Freud. Di contro molte persone si concentrano su progetti e prospettive che riguardano una vita futura, migliore o peggiore, o le loro ambizioni e mete finali, finendo per essere sempre un passo avanti rispetto alla realtà; ci fornisce esempi di quelle persone che cercano di programmare anche i colloqui meno importanti perdendo la possibilità di comportarsi spontaneamente nel momento in cui essi avvengono; questo è l’approccio in qualche misura proposto da Adler, e che Perls si domanda quanto sia in realtà una fuga da frustrazioni attuali, o da impegni che dovrebbero essere già assolti adesso. Entrambi sono modi per non coinvolgersi in quel che c’è di certo e di reale, ovvero il presente; questa fuga è brillantemente rappresentata negli esercizi pratici di attenzione al presente che Perls propone nelle sue sedute, e che mostrano l’idea secondo la quale “ … il tentativo di sperimentare la realtà fa insorgere in voi l’angoscia (mascherata forse come stanchezza, noia, impazienza, fastidio) - e ciò che specificatamente fa insorgere la vostra angoscia sarà la resistenza particolare per mezzo della quale voi soffocate e impedite l’esperienza completa” 4 Sentire la realtà, percepire le resistenze a questo processo, estendere la propria coscienza all’ambiente, conoscere le possibilità e i limiti del formulare giudizi che dovrebbero orientarci nell’interazione con l’ambiente, sono dunque alcune parti costitutive dell’atteggiamento consapevole. I metodi psicoterapeutici proposti da Perls si basano quindi, tra gli altri, sull’assunto che lavorare singolarmente su questi elementi costitutivi del processo di consapevolezza, astraendo dal complesso dell’unità vivente le singole dimensioni ( l’attenzione alle sensazioni, o l’esercizio delle emozioni, ecc.), favorisca il generale incremento funzionale dell’unità organica in termini di consapevolezza. La malafede Senza voler imporre una forzatura teorica vorremmo qui accennare al concetto sartiano di malafede che pur non correlandosi direttamente con il tema della consapevolezza, aggiunge elementi riflessivi interessanti a quanto appena esposto. Potremmo infatti sintetizzare, a rischio di un eccessivo riduzionismo, che Perls identifica la possibilità di essere (di essere se stessi), con la capacità di essere consapevoli di questa essenza, di questo flusso, riuscendo così a sperimentare la realtà autentica di quest’ essere. Di contro resistere a questa possibilità di sperimentazione reale, in virtù 8 dell’angoscia che questa provoca, è possibile attraverso un inganno che ci sottragga al flusso attuale della realtà, riconsegnandoci un essere, una coscienza di sé, manipolata e non autentica: inconsapevole. Nell’esporci una digressione sulla natura dell’inganno che l’essere mette in atto, Sartre ci propone una distinzione tra menzogna e malafede. Parte intanto dal dirci che l’essenza della menzogna presuppone una completa coscienza della verità che si vuol mascherare poiché non si può mentire su ciò che si ignora; questo presuppone una precisa intenzione di ingannare, e va da sé che colui che mente non nasconde a se stesso questa intenzione, anzi spesso la utilizza ad arte. La menzogna presuppone dunque una dualità, ovvero un mentitore e un ingannato, e una reciproca relazione tra queste due parti. Se ora volessimo operare una distinzione tra malafede e menzogna potremmo dire che la malafede (contrariamente all’uso attuale del termine) è menzogna a sé stessi, e che pur conservando in apparenza la struttura della menzogna, prescinde dalla dualità Io – Altro che abbiamo posto parlando della menzogna. Dato questo fatto dobbiamo rilevare che la malafede implica che sia coinvolta una sola coscienza, seppur questa possa essere condizionata dall’esterno e dall’altro, e ne consegue che colui a cui si mente e colui che mente sono la stessa persona. Questo pone un’antitesi curiosa: se mentire presuppone la coscienza di una verità da occultare, quando io mento a me stesso dovrei ben esserne cosciente; in qualche modo devo conoscere perfettamente questa verità per potermela nascondere. Di fatto non lo sono, e Sartre osserva che se la psicoanalisi è ricorsa all’inconscio per spiegare la qualità di questa censura, è possibile di contro proporre una dialettica diversa che può ricondurci all’atteggiamento di Perls illustrato in precedenza, soprattutto in termini di responsabilità nei confronti di questo processo di resistenza ed inganno. Quel che ci dice Sartre è che la censura deve necessariamente conoscere ciò che respinge per poter operare, e tanto più questo è evidente se pensiamo alla precisione con cui alcuni elementi vengono filtrati ed altri lasciati fluire; deve pertanto averne coscienza. La censura è dunque cosciente. Abbiamo visto inizialmente che l’essere della coscienza è coscienza di essere-coscienti; ma se allora attribuiamo una coscienza al processo di censura, ovvero quel processo che ci rende inconsapevoli di mentire a noi stessi e ci fa essere in malafede, dobbiamo rilevare che questa coscienza è coscienza di essere-cosciente della tendenza a mentire, e quindi ancora una volta una malafede. Cerchiamo di uscire dal labirinto della dialettica filosofica con un esempio: Sartre stesso, citando il lavoro di Steckel – psichiatra viennese -, ci fa l’esempio di una donna che una delusione coniugale ha reso frigida e che arriva pertanto a nascondersi il piacere che le procura l’atto sessuale. Dal lavoro dello psichiatra infatti emerge che in lei c’è un affanno a distrarsi anticipatamente dal piacere, sviando il pensiero in altre direzioni molto meno entusiasmanti; peraltro il marito rileva a volte dei segnali oggettivi di piacere che la moglie si impegna a negare. Ora, sempre dal resoconto psichiatrico, emerge però che questo distrarre la sua coscienza dal piacere non è un atto cinico compiuto in pieno accordo con se stessa, un’azione deliberata, quanto qualcosa che prova a se stessa che è frigida. Gli sforzi per non aderire al piacere provato implicano, ci suggerisce Sartre, il riconoscimento di questo piacere ma al fine di negarlo, per un uso funzionale alla propria coscienza: questo è quello che indica come malafede, operazione nella quale la donna in questione non immette intenzionalità ma dove c’è sostanzialmente una fuga dalla responsabilità del proprio essere-cosciente di provare piacere per rifugiarsi nella routine reificata di un ruolo ad essa più sostenibile. Colpisce la suggestione che questa dissertazione ci attiva se pensiamo al concetto di consapevolezza visto prima. Se infatti l’uomo fosse ciò che è, fosse se stesso, la malafede sarebbe impossibile e la franchezza, la sincerità, l’essere se stessi, non sarebbe un ideale ma una condizione d’essere già esistente. In verità abbiamo continuamente presenti quante precauzioni occorre prendere per esprimere ciò che si è, come a tradire una paura che, come uomini, possiamo sfuggire alla nostra essenza, traboccare, eludere improvvisamente la nostra condizione, diversamente da questa sedia che è sedia senza ulteriori questioni. Sartre ci dice che in questo senso ciò che sono posso esserlo solo come rappresentazione, verso gli altri e verso di me; ma se me lo rappresento non lo sono affatto, ne sono separato, e in questo gioco agisce la malafede. “In queste condizioni, che cosa significa l’ideale della sincerità, se non un compito 9 impossibile da adempiere ed il cui significato stesso è in contraddizione con la struttura della coscienza? Essere sincero è essere ciò che si è. Ciò presuppone che io non sia all’origine ciò che sono. … … e questa impossibilità non è nascosta alla coscienza; è invece proprio il fondo della coscienza.” 2 La gestalt, con Perls, sembra aver risposto proprio a questa intima contraddizione dell’essere umano: fornire con la “sola” consapevolezza di sé nel qui ed ora una possibilità di realizzazione della propria essenza, libera dal giudizio, e più vicina alla coscienza dell’identità profonda dell’essere e della coscienza, il nucleo istantaneo di questo essere. Conclusioni Non ci sono dubbi, almeno per quel che possiamo sapere dalla produzione diretta dei due autori, che avrebbero potuto trovare discutibile un parallelismo così serrato tra le loro teorizzazioni, corrispondenza che peraltro ha richiesto una inevitabile sintesi a scapito della profonda complessità che li ha visti diventare ciò che sono per la nostra cultura. Pur avendo quindi intrapreso questo lavoro nella consapevolezza della sua possibile arbitrarietà, nondimeno ho trovato questo studio estremamente stimolante arrivando a cogliere, personalmente, in modo più rotondo diverse sfumature di alcuni loro concetti chiave, così come ho tentato di illustrare. Di contro la speculazione teoretica stimolata dall’approccio filosofico sembra sposarsi male con una psicoterapia che promuove il contatto con la realtà attraverso atteggiamenti scarsamente rivolti al mentale e più vicini all’esperienza diretta. D’altra parte l’esistenzialismo si è fatto promotore di un atteggiamento che richiama l’attenzione e l’interesse sull’uomo singolo, questo-uomo-qui, collocato storicamente e portatore di un destino unico ed irripetibile; in questo la sua libertà è proprio nel rischio concreto del singolo nel determinare in che modo questa stessa libertà si attua, e attraverso questo processo definire la sua esistenza. Questo mi sembra un atteggiamento promosso con altrettanta forza dall’approccio gestaltico alla psicoterapia, che riconsegna l’individuo a se stesso piuttosto che a formule “salutari” predeterminate di relazione con se stesso e l’ambiente in cui vive. E’ lo stesso Perls d’altra parte a riconoscere all’esistenzialismo di aver tolto di mezzo i concetti per lavorare, tramite l’approccio fenomenologico, sul principio di consapevolezza, attribuendo però alla Gestalt, che in questo caso definisce “filosofia”, il merito di cercare un’armonia con tutto ciò in cui è immerso l’uomo: “la medicina, la scienza, l’universo, e tutto ciò che è”6 Il mio lavoro non mira dunque ad essere una razionalizzazione delle teorie esposte, anche se parlare in termini filosofici a volte lo implica, contraddizione, questa, che non sfugge allo stesso Perls quando parlando di teoria e filosofia dice che “Personalmente distinguo tre classi di escrementi verbali: la cacca di pollo, cioè ‘buon giorno’, ‘come sta’, e via dicendo; la cacca di mucca, cioè i ‘perché’, le razionalizzazioni, le scuse; e la cacca di elefante, cioè quando si parla di filosofia, della terapia gestaltica come filosofia esistenzale, eccetera … quel che sto facendo io adesso, insomma.” 10 1 Perls, F. S., In e out the garbage pail, Real People Press, 1969 2 Sartre J.P., L’essere e il nulla. Milano, NET, 2002 3 Sartre J.P., La nausea. Torino, Einaudi, 1998 4 Perls, F. S., Hefferline, R.F., Goodman, P., Teoria e pratica della terapia Gestalt, Roma, Astrolabio, 1971 5 Polster, E., Ogni vita merita un romanzo, Roma, Astrolabio, 1987 6 Perls, F. S., La terapia Gestaltica parola per parola, Roma, Astrolabio, 1980
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